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BEAT GENERATION

Poeti americani

Fine di Allen Ginsberg

 

Sono io, vecchio Padre dagli Occhidipesce che procreò l’oceano, il verme al mio orecchio, il serpente che si avvolge intorno a un albero,
siedo nella mente della quercia e mi nascondo nella rosa, so se qualcuno si sveglia, nessuno tranne la mia morte,
venite a me corpi, venite a me predizioni, venite tutti profetizzanti, venite spiriti e visioni,
io ricevo tutti, morirò di cancro, entro nella bara per sempre, chiudo gli occhi, scompaio,
cado su me stesso nella neve d’inverno, rotolo in una grande ruota nella pioggia, guardo le convulsioni di quelli che scopano
la macchina stride, le furie gemono la loro musica di basso, la memoria svanisce nel cervello, gli uomini imitano i cani,
io godo nella pancia di una donna, gioventù che tende i seni e le cosce al sesso, l’uccello ritto in avanti
a gettare il suo seme sulle labbra di Yin la danza di bestie nel Siam, cantano l’opera a Mosca,
i miei ragazzi vanno in calore al crepuscolo sui gradini, io entro a New York, suono il mio jazz su un Clavicembalo di Chicago,
L’amore che mi ha creato lo riconduco alla mia Origine senza perdita, galleggio sopra chi vomita
esaltato dalla mia immortalità, esaltato da questa eternità che gioco ai dadi e seppellisco,
vieni Poeta taci mangia la mia parola, e assaggia la mia bocca nel tuo orecchio.

New York, 1960

Fernanda Pivano
Carl_Solomon,_Patti_Smith,_Allen_Ginsberg_and_William_S._Burroughs

“Charley Parker, prega per me” La beat generation, il be-bop, la strada

SCRITTO DA

“Desidero essere considerato un poeta jazz che suona un lungo blues in una jam session la domenica pomeriggio”[1]. A pronunciare queste parole, nel 1959, è Jack Kerouac, poeta, romanziere, visionario, bevitore, buddista, vagabondo, “angelo di desolazione”, beat, insomma, ma potrebbe essere stato chiunque altro dei suoi compagni di scrittura e di strada.

Jack KerouacO di vita, per dirla con una parola sola. Per loro il jazz, il be-bop in particolare, non è semplicemente la «colonna sonora» di un’«avanguardia letteraria»; be-bop e beat generation si fondano, sì, in contesti sociali e culturali diversi, ma si fondono in un’unicanew vision, che opera una frattura con i valori ed i linguaggi dominanti, “per cantare” ha detto Fernanda Pivano le “liberazioni da tutto”[2].Pivano Leggere (meglio se ad alta voce) una pagina di Kerouac è come ascoltare un assolo di Charlie Parker: il fraseggio dell’uno è quello dell’altro, le pause sono ridotte al minimo, il brano (s)corre tutto d’un fiato (salvo interrompersi bruscamente), poco importa se battuto sui tasti di una macchina per scrivere o su quelli di un sax. L’addio alla struttura tradizionale del romanzo è servito, così come quello ai ritmi delle grandi orchestre da ballo: è la strada che irrompe, prepotentemente, nelle note e nelle parole.

La seconda guerra mondiale è finita da poco e le grandi battaglie ideali, estetiche e culturali combattute dalla generazione precedente, vissute, oltreché narrate, dagli Hemingway, dai Dos Passos, dai Fitzgerald, si sono ormai consumate.Ernest Hemingway Gli U.S.A., ora, sono alle prese con la guerra fredda e con la conquista dello spazio, ma, soprattutto, con il tentativo dell’establishment di contenere, indirizzare ed uniformare le ambizioni sociali ed il modus vivendi degli americani, soprattutto di quelli appartenenti al ceto medio. Si cerca di annientare il valore delle aspirazioni individuali, di plasmare un mondo omogeneamente grigio in cui tutti stiano “bene ma non troppo” e desiderino solamente cose ordinarie e facilmente acquistabili a credito. Quel conformismo livellatore tormenta molti giovani e li soffoca, inducendoli ad un isolamento sempre più insofferente della mediocrità che si propone loro, ad un silenzio, inquieto e risentito, da «incompresi»[3]. La rivolta contro quella società anonima non assume connotati politici, ma si traduce in uno stile di vita che fa dell’estraniamento la propria bandiera. Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Lucien Carr, William Burroughs, Ed Sanders, Frank O’Hara, Neal Cassady, Brion Gysin, Bob Kaufman, Peter Orlovsky, John Giorno, Alan Watts ed altri ancora, poeti e scrittori, si fanno cantori di questa generazione cui loro stessi appartengono, per la quale Kerouac, nel 1948, azzarda il nome di Beat Generation – poi usato impropriamente dai media – e che proietterà le proprie luci e le proprie ombre su tutti gli anni ’50 e ’60.Scrittori beat L’abuso di sostanze tossiche, come il rifiuto delle norme e della moralità convenzionali, fanno sì che quei giovani siano additati come dei criminali. Ma la “Beat Generation non è teppismo” scrive Kerouac. “I miei migliori compagni beaterano tutti gentili, bravi ragazzi, zelanti, sinceri […]. Prevedo che la Beat Generation, considerata pazzo nichilismo, […] diventerà la generazione più sensibile nella storia d’America e perciò non potrà che fare bene”[4]. Per Kerouac beat sta per beatitude, beatitudine. Come i loro coetanei, gli scrittori beat tentano disperatamente di affermare la propria identità, di trovare una via che li conduca alla salvezza da quei modelli sociali e morali che ripudiano, di distruggere in se stessi quanto vi rimane di immesso da «gli altri», di stimolare, anche artificialmente, ciò che di primordiale ritengono ci sia ancora in loro[5]. E allora la “beatitudine” è indotta dalle droghe, dall’alcool, dalla velocità folle o dall’inerzia totale, dal sesso promiscuo o dalla spiritualità Zen, dalla solitudine o da un’esasperata vita di gruppo, dalla frenesia del viaggio, emblema di una ricerca che non ammette soste e non conosce mete:

«Sal, dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo.»

«Per andar dove, amico?»

«Non lo so, ma dobbiamo andare»[6].Jack Kerouac e Neal Cassady in viaggio

L’avidità di vita si trasfigura in autodistruzione, tutto è vissuto senza limiti e narrato senza censure. E poi c’è il be-bop, espressione, per i beat, di una libertà ancestrale perduta e mezzo per identificarsi con i modelli esistenziali rappresentati dal mondo dei neri. Già da qualche tempo, questo nuovo stile jazz ha esordito nei locali della 52ª strada a New York, sconvolgendo chi va ad ascoltarlo. Alcuni musicisti dell’orchestra di Woody Herman raccontano: “Appena fummo entrati, quei tipi afferrarono i loro strumenti e si misero a suonare quella loro roba folle. Uno si interrompeva improvvisamente, un altro cominciava a suonare senza una ragione al mondo. Noi non avremmo mai saputo dire quando un assolo avrebbe dovuto cominciare o terminare. Poi tutti quanti smisero di suonare di punto in bianco e se ne andarono dal podio. Ci spaventarono”[7]. “Quei tipi”, così perturbanti, sono Dizzy Gillespie, Charlie Parker, Thelonius Monk, Charlie Christian, Kenny Clarke, Bud Powell, Max Roach.Musicisti bop Sono giovani afroamericani che avvertono l’esigenza di evadere dalla prigione dello swing, ormai industrializzato e stereotipato dalle grandi orchestre bianche, per dare origine a “melodie bizzarre, difficilmente orecchiabili, costruite con frasi ‘staccate’, zigzaganti, estremamente dinamiche, caratterizzate da intervalli fino allora inconsueti; frasi che si reggono, collegandosi fra loro, in un equilibrio instabile, che sulle prime sconcerta”[8]. È così che i bopper strappano dal jazz l’etichetta di «espressione popolare» e considerano se stessi, per la prima volta nella storia di questa musica, musicisti “seri”, artisti, non semplicemente esecutori[9]. E, come accadrà pochi anni dopo per ibeat, assumono atteggiamenti del tutto originali, diventando presto simboli di un radicale anticonformismo sociale, oggetto – come la loro musica – di derisione da parte dell’opinione pubblica più conservatrice. Musica e abitudini dei bopper seducono, invece, i giovani intellettuali bianchi alla ricerca di alternative alla vita “in abito grigio”, proposta loro dal sistema. È soprattutto Charlie Parker – detto “Bird” – il loro idolo.Charlie Parker Ecco come Leo Percepied, alter ego di Kerouac ne I sotterranei, racconta il suo primo incontro con lui: “E poi torniamo al Red Drum per il numero, a sentire il Birdche vidi distintamente […] fissarmi, guardarmi negli occhi, come se cercasse di vedere se veramente io ero quel grande scrittore che credevo di essere, come se conoscesse i miei pensieri e le mie ambizioni o mi ricordasse da altri locali notturni e da altre rive […]. Non uno sguardo d’insolenza, perché I sotterraneiil Bird re e fondatore della generazione bop o almeno del suo ‘linguaggio’, che ti studia il pubblico, ti studia gli occhi, gli occhi segreti lui-guardanti, e intanto sporge le labbra e fa lavorare i grandi polmoni e le dita immortali; quei suoi occhi distanti e curiosi e umani, il più gentile musicista di jazz che sia al mondo, vivo, e quindi naturalmente il più grande”[10]. Affascinante, talentuoso, narcisista, creativo, indisciplinato, ingordo di cibo, eroina, alcool e sesso, il sassofonista di Kansas City entra ed esce dagli ospedali psichiatrici e sembra incarnare il genio e la sregolatezza dell’eroe tragico, romantico o beat. Una vita e una musica in precario equilibrio fra allucinazione e coscienza, pervase da mostruosi fantasmi interiori, che lo condurranno, fatalmente, verso una morte prematura.

 

“Charley Parker, perdonami

Perdonami se non rispondo ai tuoi occhi

Se non ho dimostrato

Ciò che sai inventare

Charley Parker, prega per me

Prega per me e per tutti

Nei Nirvana della tua mente

Dove ti nascondi, indulgente e immenso […]

Charley Parker, libera dalla sventura

me, e tutti quanti”[11].

Come fosse una divinità, i beat venerano Charlie Parker. In vita e in morte. Nel 1955, Gregory Corso compone un requiem per il musicista appena scomparso:

“BIRD era più perso del suono

rompeva la barriera con un acuto di sax

BIRD era più su della luna

BIRD vagava anche sui tetti

come uno strano monaco s’inchinava

sax in mano, alto sopra tutti

a guardare quella gente sotto

con strani occhi socchiusi

dicendo fra sé: «sì, sì»

come se niente contasse assolutamente niente

[…].BIRD è morto/ BIRD è morto

[…] piangete per BIRD

perché BIRD è morto”[12].

E ancora, in un celebre brano di Sulla strada, in poche battute, Jack Kerouac traccia una sorta di cosmogonia del jazz con un linguaggio che riecheggia quello biblico, messianico.Jack Kerouac - On the road E il messia, ovviamente, è lui, Charlie Parker: “Una volta c’era Louis Armstrong che suonava come un Dio in mezzo alla feccia di New Orleans [… ]. Poi ci fu lo swing, e Roy Eldridge, vigoroso e virile, che imperversava con la sua tromba traendone tutto quello che essa poteva dare in onde di potenza e logica e sottigliezza […] Poi era venuto Charlie Parker, un ragazzo che abitava a Kansas City […] Charlie Parker che lasciava casa sua e veniva a Harlem, e incontrava il pazzo Thelonius Monk e l’ancor più pazzo Gillespie… Charlie Parker dei suoi verdi anni quando faceva il matto e camminava in tondo suonando. […] quel malinconico, angelico incosciente che racchiudeva in sé tutta la storia del jazz […]. Questi erano i figli della notte americana del be-bop”[13].Thelonius Monk

Ancora oggi, ciò che più colpisce nella musica di Parker è la continua rottura delle frasi, la discontinuità melodica e ritmica, l’alternarsi di impeto e quiete, l’incessante variazione dell’intensità dei suoni, la poliritmia, i tempi velocissimi, l’uso geniale dei silenzi[14]. È un linguaggio che nasce dall’esperienza, non dalle accademie. Kerouac, riferendosi al bop, scrive che la musica è “la tua saggezza, i tuoi pensieri. Se non l’hai vissuta non uscirà dal tuo strumento”[15]. I beat danno consapevolmente una struttura jazzistica al proprio stile. Fin dai loro esordi letterari, si sono esibiti in reading di poesia assieme a musicisti jazz, dai quali assimilano l’impostazione generale di quella che Kerouac chiama scrittura «spontanea».Reading February 1959In versi o in prosa, le loro parole sono sempre incisive, serrate, con effetti di intensità, di vibrazione e di potenza allusiva[16]. La penna scandisce suoni secchi e rapidi, alternandoli a periodi lunghi – che evocano quelli di Proust – e un profluvio di variazioni incessanti fa sì che si fatichi a ritrovare il tema centrale; le parole si trasferiscono dalla mente alla carta senza soluzione di continuità, se non quella di “vigorosi” trattini – trascrizione dei rapidi respiri in un’improvvisazione bop – da preferire agli altri segni di punteggiatura, che, per Kerouac, confondono e separano arbitrariamente “strutture-frasi”[17].

Il flusso ininterrotto del jazz e della scrittura è anche quello del viaggio. Suoni e parole sono territori da percorrere e da esplorare incessantemente, come le strade. Per il beat è sempre il momento di partire. StradaBasta che con sé abbia della buona musica e dentro di sé una smania di esperienze e di ricerca che non si plachi mai: “Quando guidava Dean non avevo mai paura; era in grado di padroneggiare una macchina in qualsiasi circostanza. La radio era stata riparata e adesso aveva messo su un be-bop scatenato che ci spingeva avanti nella notte. Non sapevo dove ci stava portando tutto questo; non me ne curavo”[18].

 

Shel Shapiro – “Beatnix”: Le storie, le poesie e la musica della Beat Generation

shelSono le 21,30 di lunedì 10 agosto quando Shel Shapiro sale sul palco eretto nelle suggestive Antiche Scuderie del Castello dei Marchesi del Carretto a Balestrino, splendido borgo nell’immediato entroterra in provincia di Savona. Coadiuvato ottimamente da Daniele Ivaldi alla chitarra acustica e Andrea Vulpani alle tastiere e fisarmonica l’ex Rokes propone, per la rassegna di teatro “Stars a Balestrino” della quale da tre anni è direttore artistico, lo spettacolo teatrale “Beatnix”incentrato sui protagonisti di quel movimento intellettuale e culturale che va sotto il nome di Beat Generation scritto con il compianto Edmondo Berselli, e del quale è anche regista.

 

Più che un vero monologo teatrale l’opera di Shel è un’amabile conversazione col pubblico su quella che è stata la storia dell’America dalla grande depressione del 1929 fino al 1967 in un lungo e accattivante excursus di quasi due ore inframmezzato dalle letture delle beatnix 1prose, delle poesie e dalle canzoni storiche che hanno accompagnato la caduta economica degli USA e la loro rinascita. Ed ecco che raccontando la grande crisi, momento in cui i protagonisti beat erano ancora bambini o adolescenti parte If i had a hammer di Pete Seeger, poi il racconto va avanti come in un romanzo di Faulkner su strade aride e polverose, tra uomini alla ricerca di un lavoro e tra gli hobos che viaggiavano di frodo sopra i treni, finché si arriva e si supera la seconda guerra mondiale e cominciano a fioccare le storie e gli aneddoti su quel gruppo di sballati che hanno cambiato le regole letterarie e comportamentali negli USA fino a quel momento conosciute.

 

La follia della madre di Allen Ginsberg, la lettura di momenti pregnanti di “Urlo”, quelli di brani di “Sulla strada” (e come non cantare Route 66), l’omicidio involontario della moglie di William Burroughs perpetrato dallo stesso scrittore sotto l’effetto della mescalina in un shel1tragico gioco di tiro a segno, la sua fuga in Marocco, la lettura de “Il pasto nudo”, i folli interminabili viaggi automobilistici di Jack Kerouac e Neal Cassady attraverso l’America, le intemperanze di Gregory Corso che lo porteranno più volte in carcere, la lettura di un frammento della sua poesia più famosa “Bomba”, l’alcol, le droghe, il sesso esibito bellamente e non più nascosto. Sono tra gli ingredienti dell’affascinate narrazione, graditissima al pubblico, che si sommano all’esecuzione di This land is my land di Woody Guthrie, Ring of firedi Johnny Cash, Blowin’ in the wind di Bob Dylan e altri classici situati nei momenti storici dell’epoca fino alla nascita del movimento hippie, tra cui gli assassinii dei fratelli Kennedy e di Martin Luther King che aveva un sogno come i Mamas and Papas di California dreamin’.

 

Tra le cose migliori dello spettacolo i brani letti nella splendida traduzione italiana di Fernanda Pivano, a fronte di quelle numerose e pessime che purtroppo circolano impunemente sia beatnix 3in rete che su libro. Tra i peccati veniali, la figura di Lawrence Ferlinghetti trattata un po’ troppo frettolosamente senza letture e senza citare la libreria/casa editrice City light punto di riferimento e di ritrovo imprescindibile per gli autori beat, e nessuna citazione, neppure di sfuggita, alle donne che pure c’erano: Janine Pommy Vega, Denise Levertov, Anne Waldman, La Loca, e la magnifica Diane Di Prima. Tutto comunque comprensibile per non ingigantire lo spettacolo e se ci si è voluti concentrare sui magnifici quattro: Kerouac, Ginsberg, Burroughs e Corso, tralasciando i pur numerosi e bravi epigoni del favoloso quartetto.

 

Sfacciatamente osando dare un consiglio di regia a un gigante, in tutti i sensi, come Shel Shapiro, qualche immagine dei protagonisti o dei vari momenti storici, proiettata su unobeatnix 4schermo alla sue spalle non sarebbe stata male. Certo, per chi conosce la Beat Generation è stato un piacevole e godibile ripasso, per gli altri forse la magnifica scoperta di un gruppo di persone che hanno cambiato il mondo al punto, come afferma Shel nel finale, che il loro messaggio è tuttora attuale e portato avanti ancora ai giorni nostri. Finale emozionante, per chi è cresciuto a pane e Rokes, quando dopo queste parole Shapiro dice che senza la Beat Generation forse non sarebbero nate certe canzoni mentre partono gli accordi di E la pioggia che va. Groppo alla gola, almeno per chi scrive, e applausi scroscianti a scena aperta.

 

MINDFIELD – CAMPO MENTALE La poesia di Gregory Corso di Alessio Brandolini


Gregory Corso (vero nome Gregorio Nunzio Corso) è uno dei più grandi poeti del secondo Novecento. Senz’altro meritoria, quindi, la pubblicazione in Italia dell’antologia Mindfield, voluta e curata dallo stesso Corso nel 1989, con l’aiuto degli amici librai Roger e Irvyne Richards, che tra l’altro lo ospitavano in quegli anni nella loro casa a New York. L’antologia è uscita qualche mese fa per la casa editrice romana Newton Compton, cura e traduzione di Massimo Bacigalupo, con il titolo Poesie e il sottotitolo “Mindfield – Campo mentale”. Il libro propone l’edizione integrale con testo originale a fronte e vari disegni dell’autore; ne è venuto fuori un bel volume che oltrepassa le 500 pagine ed è giusto che sia così: questa è la casa – lui che non ne ebbe mai una definitiva o duratura – di Gregory Corso, la sua autobiografia esistenziale e poetica. Molto interessanti sono poi le introduzioni-testimonianze degli amici scrittori Burroughs e Ginsberg, riprese dall’edizione inglese, oltre a quella di Bacigalupo, alla quale segue una fitta e utile “Nota biografica” e note che aiutano a scoprire le citazioni e i riferimenti dei testi poetici. Un’antologia, quindi, che risulta indispensabile a chi voglia conoscere o approfondire la poesia di Corso. Libro prezioso, eppure al modico costo di sei euro. Una cosa insolita nel panorama editoriale italiano, soprattutto di quello che si occupa di poesia, e che quindi sorprende positivamente: un libro così ben fatto e curato, a un prezzo tanto accessibile, vuole essere ed è un concreto invito alla poesia. Di sicuro avrebbe fatto piacere a un poeta come Corso, che in carcere s’innamorò della poesia e poi la portò con sé per tutta la vita:

a volte anche l’inferno è un buon posto, se serve a dimostrare con la sua esistenza che deve esistere anche il suo contrario, cioè il paradiso. E cos’è questo paradiso? La poesia.

Poeta della “beat generation”, battuto e beato, o, meglio, bastonato e illuminato. Nella poesia di Corso la sensibilità alla sofferenza (personale, ma anche quella altrui), l’estraniamento, la deriva, la polemica contro ogni convenzione sociale, si accompagnano sempre a toni originali di nostalgia o di esaltazione creativa, di ironia e autoironia. Il dolore non diventa mai autocommiserazione ma, al contrario, può trasformasi in capriola filosofica che tutto ribalta, o in guizzo clownesco, risata liberatoria, impennata d’orgoglio per la propria libertà personale e artistica.
In lui il rifiuto di ogni regola sottintende sempre la totale accettazione di un’unica, semplice regola: essere poeta fino in fondo e senza compromessi.
Allora più che un poeta della “beat generation” Gregory Corso è la “beat generation” stessa. Il primo a riconoscerlo fu il più fortunato (poeticamente ed economicamente) Allen Ginsberg che chiude la citata introduzione ricordando l’amico poeta come “un solitario, ridicolmente ignorato dai patri allori, divino Poeta Maledetto”.

Gregory Corso nasce a New York il 26 marzo 1930 da genitori adolescenti di origine italiana. La madre, appena sedicenne, dopo il parto si separa dal marito e torna in Italia dalla sua famiglia. Ha un’infanzia dura e randagia, trascorsa in povertà e divisa tra la strada, tentativi di adozione, orfanotrofi e, più tardi, riformatori e prigioni. A 11 anni il padre si risposa e riprende il figlio con sé ma, come scrive il poeta, “tutto andò storto perché due anni dopo scappai”. Nel 1947 viene condannato a tre anni di carcere per aver partecipato a una rapina. Li trascorre nella prigione di Clinton (“salvai la mia verginità lottando”) e, anche se aveva fatto solo le scuole elementari, seguita a leggere avidamente e di tutto (anche volumi di retorica e dizionari) e qui inizia a scrivere i primi versi.
Quando a vent’anni esce di prigione si considera “colto e innamorato di Chatterton, Marlowe e Shelley”.

Nel 1950 torna a vivere a New York, dove casualmente incontra in un bar del Greenwich Village il poeta Allen Ginsberg che, colpito dai suoi testi e dal suo fervore poetico, lo presenta ai suoi amici e poi lo aiuta a trovare un editore per l’uscita della sua prima raccolta poetica: The Vestal Lady Brattle and other poems (1955, La vestale di Brattle), con testi dedicati alla memoria del musicista “Bird” Parker e al poeta Dylan Thomas, sregolato come Corso e morto a New York nel 1953. I due poeti rimarranno amici per sempre e Ginsberg risolverà non poche situazioni di difficoltà economiche costantemente attraversate dall’amico Gregory.
Nel 1958 Corso pubblica una seconda e più ampia raccolta, Gasoline (Benzina), ottavo volume della serie “City Lights Pocket Poets”, curata da Lawrence Ferlinghetti. Molti i testi surreali e ironici come “Non sparate sul facocero” o biografici (v. “Capriccio italiano”, “Ritorno alla casa natale”, “Ho 25 anni”). Abbastanza in linea con le poesie della precedente raccolta, tanto che il lavoro verrà poi riproposto nel 1976, aggiungendovi i testi del suo primo libro.

Sempre nel 1958 scrive a Parigi e poi diffonde la famosa poesia “Bomba”, redatta in forma di fungo nucleare, un po’ per provocazione (come era nel suo stile) un po’ per reagire agli eccessi degli antinuclearisti. La poesia suscita molte polemiche e vari tipi di accuse, ma in realtà essa è un’elegia dai toni ironici e corrosivi, talvolta comici (“Povera piccola Bomba che non sarai mai / una canzone eschimese Io ti amo / Voglio mettere un leccalecca / nella tua bocca forcuta / Una parrucca da Ricciolidoro sulla tua zucca pelata / e farti saltellare con me alla Hänsel e Gretel / attraverso lo schermo hollywoodiano”), contro ogni tipo di violenza quotidiana inflitta all’uomo (spesso non vista o trascurata da chi si occupa – e giustamente si preoccupa – della proliferazione nucleare), contro il fanatismo e la paura, contro l’aggressività del pensiero e, quindi, intimamente pacifista.

Nel 1960 Corso dà alle stampe la raccolta The Happy Birthday of Death (Il buon compleanno della morte), il libro più ampiamente antologizzato in Mindfield, che contiene testi famosi, paradossali e lunghi (“Bomba”, “Matrimonio”, “Capelli”, “Esercito”, “Pagliaccio”, “Potere”; quest’ultima è dedicata all’amico Allen Ginsberg ed è, come in Corso capita spesso, un’esaltazione della poesia e della vita); del 1962 è Long Live Man (Lunga vita all’uomo), quarta raccolta poetica e anche questa, come la precedente, pubblicata dalla casa editrice New Directions.

Lunga vita all’uomo, è dedicato al padre Sam Corso e il poeta lo considera “il preludio alla mia nuova franchezza”. Di sicuro è un lavoro più equilibrato e meditavo dei precedenti, con testi molto belli come “Uomo”, “Amici”, “Stelle” (che sono “Fossili vivi incastonati nella notte”), “Notte attiva”, “Scritto alla vigilia del mio 32mo compleanno” (“32 anni; vista tutta l’Europa, incontrate persone a milioni; / sono stato grande per alcuni, tremendo per altri. (…) 32 anni e quattro duri veri buffi tristi brutti stupendi libri di poesia / – il mondo mi deve un milione di dollari. / Penso di aver vissuto 32 anni piuttosto strambi”), “Una gara di suoni” e “Pensieri europei – 1959”:

Se non c’è mai stata una casa dove andare
c’è sempre stata una casa dove non andare
Ricordo bene come bambino scappato
dormivo nella sotterranea
e si fermava sempre
alla stazione della casa da cui scappavo
Era il dolore più amaro ah lo era
(…)

Poco più che trentenne Gregory Corso è conosciuto come poeta eversivo e sperimentale: ha pubblicato quattro importanti e originali lavori poetici, ha partecipato ai famosi e affollati “poetry reading” di San Francisco, in locali e in aule universitarie, in cui affascina gli spettatori con la sua forza umana e poetica. È il più giovane dei quattro padri della “beat generation”, nata a New York intorno al 1950, che come modello di vita sostiene la libertà da ogni vincolo sociale e il nomadismo, il rifiuto del conformismo e dell’opulenza americana, dell’assillo del denaro e del successo, la ricerca di nuove dimensioni di conoscenza attraverso il viaggio, la trasgressione, l’eros, l’uso di sostanze stupefacenti.
Gli altri tre ribelli del gruppo sono William S. Burroughs (1914-1997), che nel 1959 pubblica a Parigi il romanzo Il pasto nudo, poi proposto nel 1962 negli Stati Uniti e qui messo sotto processo per oscenità, Jack Kerouac (1922-1969), che nel 1957 dà alle stampe il famoso rotolo-romanzo Sulla strada, che presto si trasforma in una sorta di bibbia moderna per la generazione “beat” e, più tardi, per quella dei “figli dei fiori”, e il poeta Allen Ginsberg (1926-1997), che nel 1956 pubblica Urlo, manifesto di una nuova poesia visionaria, eppure nutrita d’immagini urbane e carnali.

Durante i primi anni ’60 i testi di Corso iniziano a essere tradotti e a farsi apprezzare anche all’estero. In Italia nel 1964 esce l’antologia Poesia degli ultimi americani (Feltrinelli), a cura di Fernanda Pivano, che comprende “Bomba” e altre poesie di Corso. “Bomba” verrà poi letta da Vittorio Gassman nel film di Zampa La contestazione generale (1969), lettura poi riproposta nel disco Poeti americani d’oggi (Fonit, 1972). La raccolta Benzina viene tradotta da Gianni Menarini e pubblicata da Guanda nel 1969.

Dopo le prime quattro raccolte, uscite nel giro di soli sette anni, Corso dirada molto le sue pubblicazioni (“anche negli ultimi tempi la mia produzione è stata / scarsa e casuale, / è la vita che fa la poesia / non la poesia che fa la vita”, in “Lettura di poesia a Columbia University – 1975”). Soltanto nel 1970 darà alle stampe la sua quinta e ambiziosa raccolta Elegiac Feelings American (Elegiaci sentimenti americani), che si apre con l’omonimo lungo testo dedicato all’amico Jack Kerouac, morto l’anno prima:

Quanto inseparabile tu e l’America che vedevi eppure
non era mai lì da vedere; tu e l’America
come l’albero e la terra, siete la stessa cosa; eppure quanto
simile a una palma nello stato dell’Oregon… morta
prima di fiorire, come un orso polare che trotti sul
Miami –
Quanto così ciò che eri o speravi di essere,
e l’America no, l’America che vedevi eppure
non potevi vedere.
Così simile eppure dissimile dalla terra da cui nascesti;
eri piantato sull’America come un albero
senza radici dal fondo piatto (…)

con testi quasi epici, sempre spiazzanti, imprevedibili (v. “Requiem spontaneo per l’indiano metropolitano” e quello sull’assassinio del presidente Kennedy) e provocatori (v. “Dio è un masturbatore”), caratterizzati da una musicalità barocca (Milton), da una voce poetica debordante (Whitman), dove il poeta-profeta esprime il suo amore-odio per gli Stati Uniti d’America (v. “Historia politica d’America, in spontaneità” e, soprattutto, “La Via Americana” : “Ve lo dico io la Via Americana è un mostro orribile / che mangia Cristo (…) / Non c’è modo di uscire dalla Via / L’unica via d’uscita è la morte della Via / E cosa ucciderà la Via se non una coscienza nuova / Qualcosa di grande e nuovo e magnifico deve succedere / per liberare l’uomo da questa bestia”).

Nel 1981, sempre per la casa editrice New Directions, pubblica dopo undici anni la sua sesta e ultima raccolta poetica Herald of the Autochthonic Spirit (Nunzio dello spirito autoctonio), dai toni retrospettivi, a volte autobiografici (Nunzio Gregorio era il suo nome di battesimo – v. “Primissima memoria”, “Esperienze religiose giovanili”, “Sentimenti mentre invecchio”) o strutturati come brevi racconti poetici (v. “Come non morire”, “Ho dato via…”, “Nascita galattica”, e la stupenda “Tutta la baracca… o quasi”), o dedicati alla poesia, ai suoi amati poeti (v. “Per Omero”, “Caro Villon”: “Villon, quanto fraterne le nostre somiglianze…”, “Arrivare a una poesia”: “Io vivrò / e non saprò mai la mia morte”), o alla riflessione spirituale che non sfocia mai nel misticismo, nell’ astrattezza (v. “Spirito”, poesia poi voluta sulla propria lapide).

Nel 1989 esce l’antologia tradotta nel volume della Newton Compton: Mindfield: New and Selected Poems (nuova edizione 1998), che contiene un’ampia selezione dalle sei raccolte pubblicate da Corso dal 1955 al 1981, con l’aggiunta di una corposa sezione di “Poesie inedite”.
Immergersi nella lettura di questo denso volume significa entrare nel vasto mondo poetico di Gregory Corso, pieno di riferimenti colti e popolari. Con il trascorre degli anni il poeta tesse un fitto universo di richiami, di luoghi, di passioni, di voci, di plurimi registri espressivi talvolta in confitto. Ci si trova in una strada di New York e subito dopo nell’Antico Egitto, in Grecia e nel Medio Evo, nel centro di Roma o in quello di Parigi, in una grotta calabrese (da dove proveniva il padre) e in pieno Rinascimento fiorentino. Si entra in un obitorio o in un celebre quadro di Paolo Uccello, di Giotto, di Botticelli.

La condizione dell’artista contemporaneo è marginale, insignificante, eppure il poeta non abbandona il campo, lotta fino alla fine e lo fa con passione e orgoglio, persino con gioia. Non si adatta all’orrore della condizione umana, alla frenesia delle città moderne, all’uomo-macchina che agisce in modo automatico. Il poeta ribelle non si adegua nemmeno alla poesia aristocratica e accademica: nel mondo e nei conflitti moderni cerca la propria strada. Non mira alla perfezione ma all’autenticità, dove la bellezza è carne che pulsa e sangue che circola veloce.
I versi di Corso sono fulminei, spesso melodiosamente violenti, privi sia di sentimentalismi che di eccessi intellettualistici e solo nelle ultime composizioni, talvolta, viene fuori un pizzico di autocompiacimento, di ironico autocitazionismo (“Sono solo un orfanello invecchiato / Non ho papà, né mamma, né denti, né casa”).

Una poesia “minata” (e Bacigalupo sottolinea nell’introduzione che “mindfield” per assonanza rimanda a “minefield”, cioè “campo minato”), spesso esplosiva e vibrante, come se fosse costruita intrecciando e tirando dei fili di ferro, che sa essere colta e possente eppure mai “accademica”, d’ufficio, vacua e artificiosa. Piena di sarcasmo e stupore, di venature comiche e scanzonate, di colpi bassi e fendenti, di ritmo jazzistico e di un primitivo flusso vitale perennemente in movimento.
E questo anche se poi la morte, fin dall’inizio – fin dalla prima poesia pubblicata in La Vestale di Brattle, “Suicidio a Greenwich Village” – è, e resterà fino alla fine, una costante presenza, un’ossessione, che non è corteggiamento ma sfida: la morte non esiste è solo “una favola messa in giro dalla vita…” o, come in “Finestra” (tra gli inediti): “disprezzo la morte / posso provare sentimento solo per i vivi”.

Leggendo e lasciandosi trasportare dalle audaci correnti poetiche si entra nel vasto “campo mentale” di Corso, lo si esplora con attenzione perché nuovo e mutevole, autentico e sofferto. Quella zona sconvolta, irta di cocci e sorprese, che trova un diretto collegamento con il lungo e commovente “Rapporto di campo” scritto a Roma (“Ho sostato in Piazza Colonna / (nome di mia madre da ragazza) / su Via del Corso / (nome di mia madre da sposata) / Questo vi dice qualcosa?” (…) “io a Roma in tutto il mio fulgore”), testo di congedo dalla raccolta antologica e, insieme, dalla (sua) Poesia e dalla Vita: “Sì, è vero, stiamo partendo / è sempre ora di partire”.
“Campo” in senso agricolo, ma anche militare, dove si sparano “pallottole poetiche”. Non a caso il disegno di Corso che chiude la poesia (e quindi tutto il libro) raffigura proprio una feroce battaglia tra antichi guerrieri, con un cielo fitto di frecce che piovono sugli elmi e parole (per esempio “flash”, “spleen”…) che s’intrecciano e formano nuvole d’inchiostro. Testo e disegno rimandano alla bella poesia “Paolo Uccello”, scritta trent’anni prima e contenuta nel libro Benzina (1958); l’universo poetico di Corso con gli anni si addolcisce e adotta un linguaggio più colloquiale e accessibile, si fa più lirico e morbido come se i fili tesi dei suoi versi, ai quali ho fatto cenno, si allentassero, eppure rimane molto fedele a se stesso. Supera i toni apocalittici e maledetti delle prime raccolte per picchiare la testa sul cuore e dire l’essenziale, con laica introspezione, ma non diserta il suo “campo” di battaglia, quello della poesia, del pensiero e della vita:

Mio figlio nei miei sogni sembra me
la piccola stanza senza balia
l’ombra veloce
la piccola testa innocente sicura sotto il lenzuolo
Sono un padre lontano dai suoi figli
ma come dice Hölderlin io sono più vicino a dio
lontano da Lui…
STOP

1989-90

(da “Rapporto di campo”)

Pur non avendo mai avuto un lavoro stabile, pur essendo alcolista e tossicodipendente dall’inizio degli anni ’60, Gregory Corso viaggiò molto (Sud America, Africa, Messico…) e visse a lungo in Europa: in Francia, in Germania, in Spagna, in Inghilterra, in Grecia, in Italia. Trascorse quasi un decennio della sua vita (1957-1966) a Parigi, spesso all’Hotel Rachou, detto “Beat Hotel”, del Quartiere Latino. Hotel in cui abitualmente risiedevano gli scrittori americani della “beat generation” come Ginsberg, Peter Orlovsky e Burroughs.
Negli anni tra il 1970 e il 1980 fu spesso di nuovo in Europa. Nel 1975 è a Parigi dove si sposa e nasce il figlio Max (in tutto si sposò cinque volte e da ciascuna delle mogli ebbe un figlio). Risiede anche in Italia, ospite della Pivano a Milano (conosciuta nel 1960), e soprattutto a Roma, dove la sera si ubriaca nei bar e nelle vinoteche di Campo de’ Fiori e via del Governo Vecchio. Nel 1976 Guanda gli dedica un denso volume di Poesie, a cura di Gianni Menarini. Nel 1979 partecipa con Ginsberg al Festival dei Poeti di Castelporziano, sul litorale romano. Negli anni ’80 tiene molte letture in tutta Italia, dove viene ormai considerato il rappresentante della poesia americana “beat”.

Nel 1997 muoiono altri due padri della “beat generation”, Ginsberg e Burroughs. Nel 2000 Corso è operato a New York per un tumore alla prostata, l’11 gennaio del 2001 muore a Robbinsdale, presso Minneapolis. Il 5 maggio dello stesso anno le ceneri di Gregory Corso vengono trasportate in Italia e sepolte, per sua espressa volontà, nel Cimitero acattolico del Testaccio, sotto l’ombra della piramide Cestia, accanto ai suoi amati poeti inglesi Keats e Shelley.
Sulla sua lapide sono incisi i versi della poesia “Spirito”:

Spirito
è Vita
Scorre attraverso
la mia morte
incessantemente
come un fiume
che non ha paura
di diventare
mare


Gregory Corso, Poesie (Mindfield – Campo Mentale), cura e traduzione di Massimo Bacigalupo, Newton Compton editori, Collana Grandi Tascabili Economici n. 548, Roma, 2007, pagg. 526, euro 6,00


La mia vita con Jack e Neal

La mia vita con Jack e Neal La Beat Generation raccontata da Carolyn Robinson Moglie di Cassady e amante di Kerouac, è scomparsa il 20 settembre scorso. In «Off the Road» ha descritto i dettagli del «viaggio» con i Beats

di Sara Antonelli Roma

Quando nel marzo 1947 incontra Neal Cassady – e, tramite lui, Jack Kerouac e Allen Ginsberg – Carolyn Robinson frequenta un master in storia dell’arte all’Università di Denver. Viene da una famiglia borghese e intellettuale, ha studiato in un college di élite, è estremamente creativa (recita, dipinge, studia danza con Martha Graham e psicologia con Erich Fromm), è bellissima e non ci pensa proprio a diventare una Beat – d’altra parte nessuno li ha ancora inventati. Ha molti corteggiatori, ma si innamora di Neal, del più malandrino di tutti – chi non se ne innamorava? – e inizia una relazione con lui. Quando un giorno lo trova a letto con Lou Anne Henderson (la sua prima moglie) e Allen Ginsberg, Robinson scappa in lacrime ferita e disgustata, ma finirà comunque per sposarlo, Neal, sia perché è incinta sia perché è innamorata. Quando la loro bambina compie tre mesi, Neal, che fino a quel momento si è comportato in modo perfetto, prende i loro risparmi, compra una macchina e parte in viaggio con Kerouac e con una nuova ragazza. Tornerà, avrà altri due figli, ma nel corso dei successivi venti anni non farà altro che partire e tornare da Carolyn, nella loro casa di San Francisco. In questo suo pendolare è spesso accompagnato da Kerouac, da Ginsberg, da amici e amiche, e, negli ultimi anni, da qualche merry prankster di passaggio. Quando torna, quando si ferma per un po’ con la sua famiglia, si fermano anche gli altri. Vivono tutti con Carolyn e i bambini. È uno stravagante domicilio coniugale quello dei Cassady, non solo per l’incontenibile irrequietezza di Neal, ma anche perché sotto quel tetto si consuma la lunga relazione tra Neal e Ginsberg e quella tra Carolyn e Kerouac («La mia bionda e aristocratica Carolyn»). Una parte di questa storia, della storia di Carolyn (che ritroviamo con il nome di Camille), di suo marito e del loro celebre e disinibito entourage, l’abbiamo letta in On the Road (1957), il romanzo di Kerouac che ha inventato – insieme alla pubblicazione di Howl and Other Poems (1955) di Ginsberg – la Beat Generation. Molto altro ancora lo troviamo invece in Off the Road, il geniale memoir che Carolyn ha pubblicato nel 1990. Non si tratta di una contro-storia né di una denuncia né tanto meno di una dichiarazione di marginalità. Off the Road rappresenta piuttosto un allargamento di prospettiva e quindi un prezioso arricchimento: si affianca a On the Road – da cui spesso cita e commenta dei brani – e ne completa l’orizzonte sia perché vi immette dettagli solo apparentemente triviali – chi paga i conti dei Beats, chi gli cucina un pasto caldo e gli fa il bucato? – sia perché vi aggiunge la voce di chi, educata per diventare una madre e una moglie tradizionale, lentamente si libera delle proprie certezze, esce fuori strada, e accetta il cambiamento che le ha portato la vita. Carolyn è stata on the road con Neal e Kerouac una sola volta, nel 1952, per altro insieme ai tre figli. Ciò non significa che non abbia viaggiato. Off the road esamina infatti cosa accade a una donna quando si trova sola in un territorio non mappato, fuori strada, appunto. Al suo testo premette le terzine iniziali del I Canto dell’Inferno di Dante, proprio perché ha intenzione di raccontarci di quando «Nel mezzo del cammin di nostra vita%%la diritta via era smarrita». Ci illustrerà che si è trattata di una «cosa dura». Ma per «trattarla» e dire del «bene» che ha trovato in questo suo deragliamento racconterà anche delle «altre cose» che ha scoperto per via. Lo scorso 20 settembre Carolyn Robinson Cassady è morta a Bracknell, in Gran Bretagna, quarantacinque anni dopo suo marito (Neal è morto nel 1968) e il suo amante (Kerouac è morto nel 1969), e tutti ci siamo affannati a ricordarla come «la moglie» o «l’amante». Come altre donne della Beat generation, Carolyn è stata invece anche un’autrice. Come Joyce Johnson, Edie Kerouac-Parker, Joan Haverty Kerouac e sua figlia Jan Kerouac, e come molte delle compagne e delle muse di un movimento che ricordiamo come esclusivamente maschile, virile, pieno di ragazzine per una notte e di un po’ troppo testosterone, Carolyn, discreta pittrice, ha sempre amato scrivere ed era brava anche in questo. La Beat Generation ha dato origine a un’esplosione di scrittura. Ha autorizzato chiunque a scrivere di sé ed esprimere la propria creatività. Ha fatto un mucchio di danni. Ha promosso al rango di autori una messe di scrittori, la maggior parte dei quali decisamente scarsi e manierati. Di tante di quelle opere «sincere» oggi abbiamo fortunatamente scordato anche l’esistenza. Non va così a Off the Road, un libro unico e imperdibile che torna agli anni Cinquanta e Sessanta per osservarli con vivacità e disincanto. Il risultato è esilarante non solo per la finezza della scrittura, ma anche per il modo affettuoso e pungente con cui l’autrice ritrae i Beats: ragazzoni volitivi e pieni di energia, certo, ma sempre alla ricerca di una donna che gli faccia da mamma. «Abbi cura dei bambini (inclusi Jack e Neal)», le scrive un giorno Ginsberg. Non sbagliava affatto. Osservati in retrospettiva oggi i Beat ci sembrano soprattutto un branco di bambini ipercinetici. Osservati con l’occhio di Carolyn Cassady diventano addirittura simpatici.

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City Lights, la libreria storica di San Francisco simbolo della Beat Generation

 

LA STORIA – E’ una casa editrice fondata nel 1953 da Lawrence Ferlinghetti e da Peter Martin (figlio di un italiano) situata a suo tempo in Columbus Avenue 261, all’angolo con Broadway Street, nel quartiere italiano di San Francisco denominato North Beach. È ricordata come ritrovo della Beat Generation, di molti dei suoi protagonisti più significativi, in quanto lo stesso Ferlinghetti è considerato un appartenente al gruppo. È citata in Big Sur di Jack Kerouac dove il suo fondatore compare sotto il nome di Lorenzo Monsanto. Tra le pubblicazioni da ricordare c’è la collana Pocket Poets Series che raccoglie una cernita di scrittori all’epoca emergenti, o indipendenti, e promossi da Ferlinghetti.

LE ORIGINI – All’inizio l’estensione della libreria si limitava ad un piccolo spazio di un edificio costruito dopo il terremoto del 1906 a San Francisco. Nel tempo le sue dimensioni si sono moltiplicate, tanto che oggi si contano tre piani in cui si raccolgono contenuti e arti di vario genere. Nonostante sia meta di molti curiosi, lettori e letterati, City Lights resta intrisa del suo carattere beat originario e ciò è visibile nella scelta di essere una libreria indipendente, e nella scelta dei libri: da quelli delle maggiori case editrici fino a quelli più rari e con poco respiro pubblicitario.

LIBRERIA INDIPENDENTE – L’indipendenza, poi, implica che all’interno della libreria si può sfogliare, leggere, confrontarsi, lasciare le proprie opere oppure solo sostare in questa zona franca della letteratura e dell’arte. Sono famosi i suoi dipendenti per la capacità e la conoscenza enciclopedica cosicché si entra per comprare un libro e se ne esce con un altro, magari di un perfetto sconosciuto. Oggi City Lights è membro della American Bookstore Association.

L’ARRESTO DI FERLINGHETTI – Nel 1955 Ferlinghetti incontra Allen Ginsberg e i due si sentono subito “solidali per le idee politiche”. City Lights  decide quindi di pubblica Howl di Ginsberg, il poema maledetto che viene censurato per oscenità dal giudice Clayton Horn. L’uscita portò all’arresto di Ferlinghetti con l’accusa di diffusione di oscenità. Il processo ebbe un richiamo nazionale in quanto fu seguito dal ‘San Francisco Renaissance’ e dall’ormai famoso movimento degli scrittori beat. Molti prestarono il loro aiuto nella risoluzione del processo, tra cui figure di prestigio letterario e professionale, e così Ferlinghetti venne rilasciato. Nonostante tutto, però, il caso è importante poiché crea il primo precedente di appello al Primo Emendamento (libertà di parola e di stampa) per la pubblicazione di materiale controverso, ma di interesse sociale.

L’OPERA OSCENA DI GINSBERG – l poema è suddiviso in tre parti più una nota addizionale. La Parte I è la più conosciuta, e descrive scene, personaggi e situazioni tratte dall’esperienza dell’autore e di quelle della comunità di poeti, artisti, politici radicali, musicisti jazz, drogati e pazienti psichiatrici che egli aveva incontrato. La Parte II è un lamento nei confronti dello stato americano, richiamata come ‘Moloch’ nel poema. Ginsberg fu ispirato a scrivere la Parte II quando vide un hotel in forma di mostro che chiamò Moloch durante una visione provocata dal peyote e gran parte della sezione stessa fu scritta sotto l’influenza di questo allucinogeno. La Parte III è direttamente indirizzata a Carl Solomon, che Ginsberg incontrò mentre stava visitando sua madre in un ospedale psichiatrico a Rockland, nello Stato di New York, e descrive le esperienze, le speranze e le paure condivise dai due. La nota finale è caratterizzata dal ripetitivo mantra ‘Holy!’ (‘Santo!’) e il suo punto di vista ottimistico.

 

 

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Un amarcord della «beat generation»

 

A Cagliari Gregory Corso con Francis Kuipers

Francis Kuipers e Gregory CorsoC’era una volta la «beat generation». E c’era un tempo in cui tutti leggevano i poeti beat. Chi non conosce «Sulla strada» di Jack Kerouc In Italia la «febbre del beat» cominciò a imperversare intorno al 1962, quando venne pubblicata la prima antologia di «poesia arrabbiata american» con versi di Ginsberg, di Kerouc, di Corso. Già, Gregory Corso, il più sottovalutato, forse, tra i poeti «beat». Di certo il più rappresentativo, il più tipico esponente.
Il più sottovalutato perché nelle pubblicazioni «ufficiali» sulla letteratura beat è spesso ignorato; il più rappresentativo perché Corso incarna comunque tutti i caratteri della mitica «generation» la marginalità esistenziale, lo slancio poetico esasperato, l’impossibilità di qualsivoglia integrazione sociale, gli interminabili viaggi; il look e i vezzi esteriori le letture in pubblico, il gusto per lo scandalo, il nero, la trasandatezza. «Jazz in Sardegna» offre domani l’opportunità di conoscere i mille volti di Gregory Corso con una conferenza presso la sede dell’Arci (via Asproni, 24), inizio a mezzogiorno, e con un recital-concerto al Teatro dell’Arco alle 21,30 che vedrà il poeta accompagnato dal blues-man Francis Kuipers.
Gregory Corso non diventa beat ad un certo punto della sua vita, non viene folgorato sulla via di Damasco. Nasce beat, nelle condizioni «migliori» per essere tale «Nato da giovani genitori italiani padre di 17 madre 16, nato a New York Greenwich Village mia madre l’anno dopo lasciò mio padre e tornò in Italia così cominciai vita orfana e quattro genitori adottivi e a 11 anni mio padre si risposò e mi riprese ma tutto andò storto perché due anni dopo scappai e presto fui rispedito via al riformatorio ber due anni e rilasciato tornai a casa e scappai ancora…». Così nell’«Autobiografia» e nello stile di Gregory Corso. Poi tre mesi in un ospedale psichiatrico «con vecchi matti che pisciavano in bocca ad altri vecchi matti malconci»; poi ancora una fuga e l’adolescenza trascorsa tra i «rifiuti» di New York gli irlandesi, gli italiani, i texani. Poi tre anni in un carcere dove «la maggioranza erano negri e odiavano i bianchi e si approfittavano terribilmente di me», ma anche dove poteva leggere e studiare esce di prigione a vent’anni, «colto e innamorato di Chatterlton, Marlowe e Shelley».
Poi l’amicizia con Allen Ginsberg, la scoperta delle poetiche contemporanee, qualche vano tentativo di lavorare, un lungo viaggio in Africa e Sud-America, le prime pubblicazioni, «Vestal Lady» (1954), «Gasoline» (1956), due premi letterari (1959), il matrimonio fallito, l’isolamento, la droga, l’alcolismo.
Fin qui la biografia, quale può contare, forse, per gli studiosi o per una tesi di laurea sui «poeti minori contemporanei e viventi». Ma sbaglierebbe lo studioso o il laureando che volesse leggere la poesia di Corso cercando indizi nella sua vita. Lui non accetterebbe, perché per Corso «non è 1a vita a fare la poesia, ma è la poesia a fare la vita».
La poesia per lui è allora affrancamento dalla squallida prosa del quotidiano, gesto sublime e sublimante Corso è elegiaco, è mitologico, è sentimentale, paradossale, esagerato, incline agli accessi passionali,

Riccardo Sgualdini

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Il fascino del minimalismo orientale

Il fascino del minimalismo orientale di chiara derivazione Zen. Un mondo da esplorare che ti coinvolge appieno ed entra nelle cellule mentali per non lasciarti…mai.
Una componente divenuta tradizione, derivata dai poemi Tanka.  Da questi sono state estratte nel tempo vivendo ed assumendo importanza propria i piccoli poemi Haiku. Vera essenza che in pochissime parole racchiude un’idea e fotografa un’istante. Meraviglioso.

Ne rimase affascinato anche Jack Kerouac, uno dei massimi esponenti dei moderni poeti americani della cosiddetta Beat Generation.  Assunse la massima importanza intorno alla metà degli anni sessanta.
Kerouac disse: “La poesia Haku si è sviluppata per centinaia d’anni in Giappone tale da diventare una poesia completa in diciassette sillabe, tale da racchiudere un’intera visione della vita in tre brevi versi.”
Qualche classico esempio:
Un giorno di gioia tranquilla,
il monte Fuji è velato
nella pioggia nebbiosa.                                 Basho 1644-1694

Ha messo a dormire il bambino,
e adesso lava i vestiti;
la Luna d’estate.                                          Issa 1763-1827

L’usignolo sta cantando,
la piccola bocca,
Aperta                                                       Buson 1715-1783

Kerouac riflette ed afferma, giustamente, che un ideale Haiku “occidentale”, non riesce a badare alle diciassette sillabe in quanto le lingue occidentali non possono adattarsi al fluido sillabico giapponese.
Elabora pertanto un suo personalissimo stile prendendo spunto da questa originale forma di espressione.
A suo modo di vedere, un Haiku deve essere estremamente semplice e libero da ogni trucco poetico.
Deve saper creare un’immagine ed essere aereo e colmo di grazia .
Qualche Haiku “occidentale” di Jack Kerouac:
Braccia incrociate
alla Luna,
in mezzo alle mucche.

Uccelli che cantano
nel buio
Alba piovosa.

Elefanti che mangiano
l’erba – amorose
Teste accostate.

Notte perfetta di luna
rovinata
da liti in famiglia.

Questa sera di luglio
una grossa rana
Sulla mia porta.

Pesce gatto che lotta per la vita,
e vince,
e ci schizza tutti.                                      Jack Kerouac 1922-1969

Naturalmente la forma poetica di Kerouac riassume in sé i classici stilemi della poesia della sua generazione, la Beat Generation. Interessante accostare queste forme espressive così apparentemente lontane, eppur vicine…

 

Fernanda Pivano racconta i retroscena ed i rapporti avuti con Jack Kerouac. Momenti in bianco e nero… Purtroppo anche Fernanda Pivano non è più con noi ed è colei che ci ha aiutato a conoscere senza filtro alcuno questi grandi poeti.  Hanno raccontato un’America diversa, alternativa, un’America che senza loro probabilmente non avremmo mai  “incontrato”… 

AMERICA di Allen Ginsberg

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America ti ho dato tutto e ora non sono nulla.
America due dollari e ventisette centesimi 17 gennaio 1956.
Non posso sopportare la mia mente.
America quando finiremo la guerra umana?
Va’ a farti fottere dalla tua bomba atomica.
Non sto bene non mi seccare.
Non scrivero’ la poesia finche’ non avro’ la mente a posto.
America quando sarai angelica?
Quando ti toglierai i vestiti?
Quando ti guarderai attraverso la tomba?
Quando sarai degna del tuo milione di Trotzkisti?
America perche’ le tue biblioteche sono piene di lacrime?
America quando manderai le tue uova in India?
Sono stufo delle tue folli pretese.
Quando potro’ andare al supermarket a comprare cio’ che mi occorre con la mia bella faccia?
America dopotutto siamo tu e io ad essere perfetti non il mondo vicino.
Il tuo macchinario e’ troppo per me.
Mi hai fatto voler diventare un santo.
Dev’esserci qualche altro modo di risolvere questo argomento.
Burroughs è a Tangeri non credo che tornerà è una cosa sinistra.
Sei tu a essere sinistra o si tratta di qualche scherzo pratico?
Sto cercando di venire al punto.
Mi rifiuto di rinunciare alla mia ossessione.
America smetti di spingermi so quello che sto facendo.
America i fiori dei prugni stanno cadendo.
Non leggo da mesi i giornali, ogni giorno qualcuno va sotto processo per assassinio.
America mi sento sentimentale a pensare ai Wobblies.
America ero comunista da ragazzo non mi dispiace.
Fumo marijuana ogni volta che posso.
Resto in casa intere giornate a guardare le rose nell’armadio.
Quando vado a Chinatown mi ubriaco e non mi faccio mai scopare.
Mi sono deciso ci saranno guai.
Dovevi vedermi quando leggevo Marx.
Lo psicanalista dice che sono perfettamente a posto.
Non diro’ le preghiere del signore.
Ho visioni mistiche e vibrazioni cosmiche.
America non ti ho ancora detto che cosa hai fatto allo zio Max quando è arrivato dalla Russia.

Sto parlando a te.
Lascerai che la tua vita emotiva sia guidata dalla rivista Time?
Sono ossessionato dalla rivista Time.
La leggo tutte le settimane.
La sua copertina mi fissa ogni volta che sguscio davanti al pasticciere sull’angolo.
La leggo nel sotterraneo della Biblioteca Pubblica di Berkeley.

BLUES DELLO SBALLATO di Allen Ginsberg

 

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Sì sono uno sballato, non credo alle vostre leggi
Ehi Signor Poliziotto sono uno sballato, togliti
quello spinello dalle mascelle
Sono uno sballato e esco di galera perchèSono uno sballato seduto in camera mia fatto
Non mi accendo nemmeno uno spinello non so perchè
Sono uno sballato di natura sotto il cielo vuoto

Sì sono uno sballato non sniffo cocaina
Sento i muri trillare, il naso mi fa ancora male
Nevica su tutta New York datemi due soldi d’elemosina

Oh sono uno sballato avreste dovuto vedermi infilare la vena
Già avreste dovuto vedermi mentre m’iniettavo la bianca eroina
mi venivano i sudori ma non mi sono mai bruciato il cervello

Ehi ehi Oh Signor Sballato io ho fatto l’acido
Ho visto le torri di Manhattan ritte per l’Eternità
Dieci anni fa avresti dovuto salire con l’ascensore insieme a me, Santo!

Ah Ah sono uno sballato filonegro Comunista Frocio Culattone
Sono un beatnik hippie capellone ma non sono mai stato un inquadrato
Ma se tu Mamma vedrai la mia foto sul giornale dirai che sono pulito

Ehi sono uno sballato sono uno sballato respiro dolce aria pulita
Non mi buco più d’anfetamina sono uno sballato dappertutto
Sono uno sballato all’occhio del poliziotto Sì Non osano
sbattermi in galera per droga non porto droga in giro
sono solo uno sballato di natura mi piace sedere per terra
tutto nudo coi vestiti indosso e fare il suono di un mantra blu

Sono uno sballato sono uno sballato voglio sbatter dentro la mente nazionale
Vado a metter acido nelle vostre preghiere e gas esilarante nel vento
Etere e peyote da accecare il monte Ranier –

Sono uno sballato, rotolo l’anima nell’erba amica
Sballato Sballato non porto Niente addosso tranne Dharma nel deretano
Sììì tutti voi sballati ascoltatemi! Voi laggiù della media borghesia!

Ohi sballato ricco quand’è che cambierai i regolamenti?
Ehi sballato in bolletta iscriviti al Partito Rivoluzionario Socialista altrimenti
Legalizzeranno l’esistenza, ognuno cavalcherà un grande cavallo bianco

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